Intervista a Marco Sonsini, Partner Telos A&S

Esperto di rischi regolatori e analisi politico-economiche, Marco Sonsini è un professionista di Public Affairs con esperienza nei settori salute, energia, concorrenza e politiche di sicurezza. Entrato in Telos A&S nel 2009, ne è oggi uno dei soci, curandone tra l'altro la preparazione del piano editoriale e delle pubblicazioni. Laureato in Storia Antica e Filologia Classica alla Normale di Pisa, si è specializzato in Politiche Pubbliche alla Luiss Guido Carli e in Relazioni Internazionali alla London School of Economics.


In una frase, come definiresti i Public Affairs?


La nostra professione consiste nella rappresentanza degli interessi particolari di operatori economici ed altri attori della società civile, presso le Istituzioni che hanno la potestà di disciplinarne la condotta e determinare gli assetti del mercato. Si badi che “rappresentanza di interessi” è una definizione a mio avviso incompleta, ancorché esatta: occorre puntualizzare che il lobbista è specializzato nel portare all’attenzione del decisore pubblico non qualsiasi tema, bensì quei problemi che hanno una origine normativa e, pertanto, soluzioni normative.


Come hai cominciato la tua carriera in Public Affairs?


La mia carriera ha conosciuto un solo vero momento di svolta. Dopo un periodo di stage in una pubblica amministrazione (segreteria della Conferenza Stato-Regioni), ho maturato il desiderio di confrontarmi con la sfida della consulenza. Ho cominciato la mia esperienza in Telos A&S quattordici anni fa da stagista, occupandomi soprattutto di monitoraggio legislativo italiano ed europeo; gradualmente, ho ampliato le mie competenze da quelle di un semplice analista a quelle di un consulente vero e proprio. Sono diventato socio di Telos A&S solo dopo 4 anni dal mio ingresso, nel 2012.


Pensando al tuo percorso di studi, cosa ritieni sia stato più utile alla tua formazione?


La passione per la storia e per la politica è, tra i miei tratti caratteristici, quello che ha avuto un peso determinante nelle mie scelte di studio prima, di lavoro poi. Studiare Storia in ambito universitario è stato utile ad acquisire una prospettiva critica e disincantata verso le narrazioni ufficiali, che spesso rappresenta un requisito essenziale per leggere lo scenario politico senza pigrizia né partigianeria. Aver appreso i rudimenti del Diritto Pubblico nell’ambito del Master che ho frequentato dopo la Laurea mi ha consentito di padroneggiare i procedimenti di formazione degli atti normativi, elemento centrale nell’attività quotidiana di un lobbista e nella consulenza che svolgiamo a beneficio dei nostri clienti. Infine, la consapevolezza precoce da parte dei miei genitori che la mia generazione non avrebbe potuto prescindere dalla conoscenza della lingua inglese mi ha regalato la possibilità di lavorare con dirigenti di grandi società multinazionali.


Qual è la cosa che ami di più di questa professione? E quella che ti piace di meno?


Amo poter esprimere al meglio le mie capacità, come ogni professionista: nel mio ambito, ciò accade ogni qualvolta abbiamo la possibilità di analizzare un problema specifico, elaborare proposte concrete di miglioramento del quadro normativo e confrontarci con gli interlocutori istituzionali sulla praticabilità tecnica e sull’opportunità politica delle diverse opzioni di intervento. Questo significa, in poche parole, fare public affairs, non altro; ed il modo più produttivo di farlo è portare all’attenzione delle Istituzioni proposte su temi che sono già, in quel momento, nella loro agenda politica. In questo scenario ideale, siamo in grado di dare un piccolo, ma importante contributo all'elaborazione delle politiche pubbliche nel nostro Paese; tuttavia, un consulente non è sempre libero di determinare contenuti, metodi e tempistiche del proprio lavoro, per la natura stessa della nostra professione che svolgiamo necessariamente al servizio di un cliente.

Quando l’approccio scelto dal cliente riduce la finalità del nostro lavoro all’organizzazione di incontri e l’oggetto del dialogo con le Istituzioni alla ripetizione di talking points della comunicazione aziendale, il valore aggiunto che possiamo offrire è molto più modesto.


Puoi raccontarci un aneddoto relativo ad una circostanza dove il tuo lavoro ha portato benefici non solo al tuo cliente ma anche ad altri stakeholders?


Le proposte alle quali lavoriamo hanno per oggetto le politiche di settore, cioè la regolamentazione di un mercato. Si tratta, per definizione, di norme di portata generale, che possono, ad esempio, aprire un mercato alla penetrazione di prodotti e servizi tecnologicamente avanzati, a beneficio di tutte le imprese che li offrono (non necessariamente del nostro cliente) e degli utenti che possono fruirne. Quindi direi che quando riusciamo a conseguire un obiettivo, non è mai a beneficio di un’azienda, ma almeno potenzialmente anche di numerosi altri portatori di interesse.

Un esempio potrà chiarire meglio questo concetto. L’innovazione tecnologica nel campo della chirurgia della cataratta aveva da molti anni consentito l’ingresso in commercio di cristallini artificiali innovativi, in grado non solo di sostituire quello naturale opacizzato, ma anche di correggere anche i difetti di refrazione preesistenti all’intervento. Tuttavia, il maggior costo del dispositivo, degli esami pre-operatori e dei controlli post-operatori associati al suo impianto rendeva il costo totale dell’intervento di cataratta incompatibile con la remunerazione di questa prestazione riconosciuta alle aziende del Servizio sanitario nazionale dai nomenclatori tariffari. Insieme con il nostro cliente (uno dei principali operatori in questo settore) abbiamo portato all’attenzione di numerose amministrazioni regionali la nostra proposta di parziale revisione del meccanismo di remunerazione dell’intervento di cataratta, nel senso di consentire la compartecipazione del paziente su base volontaria per coprire il costo aggiuntivo dell’impianto dei cristallini ad avanzata tecnologia. E ciò in considerazione del fatto che la correzione dei difetti refrattivi (salvo rare eccezioni) non rientra nei livelli essenziali di assistenza. Nelle Regioni che hanno accolto questo modello, i produttori dei nuovi cristallini hanno avuto accesso ai servizi sanitari, tramite gare pubbliche; gli oftalmologi del SSN hanno visto riconosciuto il proprio diritto di prescrivere ai propri pazienti l’impianto del cristallino che meglio si adatta ai loro bisogni; i pazienti (in gran parte anziani) hanno potuto fruire di dispositivi in grado di migliorare notevolmente la loro autonomia e qualità di vita, ad un costo notevolmente inferiore a quello che avrebbero sostenuto se si fossero sottoposti all’intervento in regime di libera professione, cioè fuori dal SSN, come avveniva in precedenza. Possiamo quindi dire di aver fatto la differenza per tutte le parti coinvolte.


Pensando alle tendenze future, quali saranno le principali sfide della professione a tuo parere?


La sfida principale è, a mio avviso, quella della settorializzazione. Sempre più di frequente, i servizi di consulenza richiesti dai clienti presuppongono un livello approfondito di conoscenza, da parte nostra, non soltanto del sistema politico-istituzionale, ma anche dei contenuti della regolamentazione del loro mercato. Si potrebbe dire, in altre parole, che mentre dieci anni fa ci si aspettava che il consulente lobbista fosse un “tecnico dei procedimenti”, portatore di una competenza trasversale, oggi sempre più ci si aspetta che sia anche un “tecnico delle politiche di settore”. 

Si tratta di una tendenza virtuosa, almeno per un verso, perché fa giustizia una volta per tutte della vecchia idea del lobbista come semplice facilitatore di contatti con il decisore pubblico o, peggio, sensale di accordi opachi. Tuttavia ho a volte l’impressione che la settorializzazione rischi anche di far smarrire la consapevolezza che la nostra professione ha un ambito specifico di competenza, che è appunto quello della rappresentanza di interessi particolari nella discussione sugli assetti e le modifiche del quadro normativo; ignorare questo fatto e chiedere al lobbista di promuovere o alimentare discussioni generali sui grandi problemi del mondo (cambiamento climatico, crisi energetica, sviluppo sostenibile, transizione ecologica, accesso all’innovazione) significa confondere la nostra professione con quella di un think-tank – errore, dal mio punto di vista, eguale e contrario a quello di scambiarci per dei facilitatori.


Come pensi dovrebbe essere regolamentato questo mestiere?


Lasciatemi dire che, avendo visto le proposte di regolamentazione avanzate durante la scorsa legislatura, forse sarebbe meglio lasciare le cose come stanno!

Ironia a parte, la disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi dovrebbe avere come obiettivo principale quello di assicurare la piena trasparenza dei procedimenti di formazione degli atti normativi: per raggiungere questo obiettivo, occorre, da un lato, imporre a tutti i soggetti istituzionali titolati a presentare o ad adottare atti normativi la pubblicazione delle bozze di quegli atti e l’indizione di una consultazione pubblica, dall’altro, pretendere dai soggetti che intendano sottoporre commenti e proposte sulle bozze di atti normativi che lo facciano esclusivamente nell’ambito della consultazione e che si rendano disponibili a rendere di dominio pubblico le memorie e le proposte eventualmente trasmesse all’Istituzione titolare del procedimento. In questo modo, qualunque cittadino sarebbe in grado di sapere, semplicemente consultando i registri delle consultazioni pubbliche, quale soggetto istituzionale abbia preso l’iniziativa di introdurre o modificare una certa norma, quali soggetti privati abbiano partecipato al procedimento e di quali posizioni e interessi particolari il decisore pubblico abbia tenuto conto nel redigere la versione finale del provvedimento o della proposta legislativa.

Non mi si fraintenda: so benissimo che una disciplina così impostata ha scarsissime probabilità di essere approvata, perché questo grado di trasparenza sarà sempre visto con sospetto da chi gestisce i procedimenti legislativi e quelli di formazione degli atti normativi di rango inferiore, a maggior ragione se consideriamo che oggi il novero di questi soggetti si è significativamente ristretto, fino a coincidere, in molti casi, con l’alta amministrazione dei Ministeri.

Ma non vedo altre strade per introdurre una disciplina utile alla nostra professione e alla crescita della coscienza politica dei cittadini. Altrimenti, se l’obiettivo è solo quello di schedare i lobbisti e caricarli di oneri burocratici, la cosa mi interessa poco.


Cosa consiglieresti ad un giovane che un giorno desiderasse essere al tuo posto?


Gli consiglierei di non perdere tempo a studiare sui libri che cos’è e come si fa la rappresentanza di interessi, ma di imparare a farla praticandola. Il percorso di studi deve servire ad acquisire una conoscenza approfondita del sistema politico italiano, anche in chiave storica e comparata, del sistema istituzionale e del modo in cui si approvano gli atti normativi. Tutto il resto, tuttavia, si impara sul campo e il mio consiglio è quello di cercare, sin da giovani, di acquisire quanti più punti di vista possibile, lavorando sia nel settore pubblico (come assistenti di gruppi parlamentari, o negli staff ministeriali) sia nel privato (in una società di consulenza e, perché no, anche in azienda). E lo inviterei vivamente a sfruttare ogni occasione per imparare le lingue straniere… soprattutto l’inglese!